a orecchio

[dal Nuovo De Mauro]

Benvenutə, di cuorə. In questo blog si parla di tante cose diverse, che provo a racimolare qui con un colpo di scopa in stile part 7 di Twin Peaks. Ci sono anche molti link, ma quelli è meglio scoprirli leggendo.

Il perché del blog redivivo, con tanto di linee guida, sta qui.

Cinema e visioni. Twin Peaks terza stagione, i clippini di Lynch su youtube, gli sketch dei Monty Python, il ritorno di Cronenberg, tutti i film dei fratelli Marx. Visioni crucche: La figlia del samurai di Arnold Fanck, Ultimo atto di Pabst.

Letture corsare, spunti di sponda. Christian Kracht, Ballard, How to Survive a Plague di David France, perché la rivoluzione recchioniana su Dylan Dog è fallita. E i libri che non sono ancora stati scritti anche se potrebbe benissimo succedere, mai dire mai.

Cosa resta del britpop dopo la fine del britpop.

Andando sul personale: Odin, il Cairo.

Buona lettura – sab

raw.

Julia Ducournau, classe 1983, ha vinto il festival di Cannes portandosi a casa – per la prima volta nella storia – una Palma d’oro tutta per sé. Nel 1993 Jane Campion aveva dovuto smezzarla con Chen Kaige. A sconvolgere in positivo non è solo la decisione della giuria (che arriva con mostruoso ritardo rispetto al resto della galassia), ma anche e soprattutto il fatto che Ducournau consideri The Texas Chainsaw Massacre un capolavoro. È una di noi. La maledizione dei Dardenne e dei Bille August pare finalmente esorcizzata.

Titane, per ora, è solo un trailer o una visione per pochi eletti. Sono invece disponibili le prime fatiche di Ducournau, vale a dire il corto Junior e Grave (titolo internazionale: Raw), disponibile su Amazon Prime. Va detto che Raw non traduce Grave, e grave significa grave, tant’è che nel film la protagonista a un certo punto afferma “C’est grave” prima di montare il compagno di stanza. Il titolo inglese cerca la scorciatoia per riferirsi al tema della pellicola, vale a dire il cannibalismo.

L’autrice è sinceramente affascinata e attratta dal binomio natura/cultura, dal cortocircuito tra il biologico e l’innaturale, tra l’istinto e il “contro natura” (inesistente). Uno degli aggettivi che usa più volentieri parlando dei film horror prediletti e in particolare di Cronenberg è “organico”. Come sottolinea Michele Faggi nella sua articolata recensione di Grave, non siamo certo dalle parti di Deodato. Cannibali non sono gli altri, i selvaggi, cannibale è la protagonista Justine (Garance Marillier), cannibale [spoiler] è la sua famiglia da parte di madre [fine spoiler], cannibali siamo noi spettatori. La prospettiva include, non tira linee. Non c’è othering, piuttosto una enorme schwa sul quale fa perno tutta la potenza divorante del film.

Ari Aster ha girato Hereditary un anno dopo Grave, che forte di questo vantaggio si qualifica come uno degli horror moderni più coraggiosi nello spostare l’origine del tabù all’interno della famiglia. Ma dai primi film di Ducournau emerge soprattutto un elemento di body horror che è impossibile non ricollegare a Cronenberg e al suo approccio accademico al genere truculento. Junior (sempre Marillier) è una maschiaccia in piena metamorfosi… destinata a uscire dal bozzolo in forma di leggiadra femminuccia. Non prima di essersi squamata, letteralmente spellata come una matrioska di carne, e aver secreto nel processo una sorta di liquido acquoso. In Grave, le prime disavventure di Justine, nomen omen, comprendono un’eruzione cutanea con prurito al cubo. Più tardi fisserà il suo compagno di stanza intento a giocare a calcio con uno sguardo da Alex in Arancia meccanica, e il sangue al naso. La protagonista di Titane, a quanto pare, perde olio motore dopo essere stata messa incinta da una Cadillac. Corpi femminili in transito verso corpi nuovi, nuove prese di coscienza.

L’aggancio di Ducournau con Cronenberg senior è indubbio. Nel video in cui pesca i dvd preferiti, la regista confessa di piangere ogni volta che vede La mosca. Sono i tic di Goldblum sotto il mascherone, le sue riflessioni a freddo sull’essere uomo & insetto a colpirla. Come i bimbi di The Brood, o l’eccitazione per il metallo e i cerchioni in Crash. Nulla di nuovo per l’appunto, ma erano anni che lo sguardo di Cronenberg sul mondo organico e le sue pulsioni non veniva ripreso con tale efficacia. Lo stesso Brandon Cronenberg, con Antiviral (2012) e soprattutto con l’eccellente Possessor (2020), non disdegna l’idea del body horror ma tende a spostarlo a un livello cerebrale, con immagini astratte più vicine a Under the Skin che ai classici del padre. Ducournau, dal canto suo, ama i flash sulla carne putrefatta che aprono il film di Tobe Hooper (e in Grave li scimmiotta, facendo vagare le due protagoniste nel ripostiglio della facoltà), ama Drag Me to Hell (2009) di Sam Raimi e la sua choccante sincronia con la strega invece che con la protagonista, ama il Cronenberg di genere – e apprezza pure certe zampate di James Wan.

Grave riesce comunque a divincolarsi dall’accusa di prodotto derivato. Julia Ducournau sceglie di ambientare il film tra i casermoni di una facoltà di Veterinaria non dissimili dagli edifici che si vedono nei primi due film di Cronenberg, ma la messa in scena genera un immaginario a sé stante, contraddistinto da quadri puliti, campi lunghi rivelatori, una nettezza che non si scompone nemmeno quando piovono secchiate di sangue (omaggio a Carrie) o ne vengono lanciate di vernice blu (anticamera a una scena originalissima). Forse il film regge meno quando pizzica le corde nerd di Welcome to the Dollhouse (1995), e soprattutto nel proporre uno strano zigzag nell’orientamento sessuale del coprotagonista maschile (Rabah Naït Oufella). L’elemento familista è invece scardinante, e per certi versi fa risuonare di più il mondo di Bellocchio rispetto al cinema di genere. Certo, con Sangue del mio sangue (2015) lo stesso regista piacentino aveva messo in chiaro che anche lui, volendo, può parlar di vampiri. Ma il Bellocchio virale è quello della famiglia come destino e buco nero, linfa e veleno. Grave gravita a queste latitudini.

L’ultima inquadratura di Raw è Cronenberg allo stato puro. Una camicia che si apre, e rivela. Immagine casalinga, innocua anche perché inscenata al tavolo della colazione, ma capace di evocare sia la svestizione di Samantha Eggar in The Brood, sia quella di Roy Scheider nel Pasto nudo (1991). Vedremo, in Titane, quanto c’è di ballardiano, quanto di Winding Refn, quanto di Tsukamoto – nella speranza che non ci sia nulla di tutto questo. Che Julia Ducournau continui invece a mangiarci con gli occhi.

Ken

KP 35, Il sentiero dei giganti, p. 3, disegni di Giovanni Cianti.

Kenneth B. Parker, il Jeremiah Johnson del fumetto italiano. Una saga arzigogolata che ha tenuto banco per quarant’anni e un baffo, dal 1974 al 2015. Molto più di un western malinconico e revisionista, rovescio ombroso della rettitudine senza macchia di Tex. Berardi & Milazzo ci si misero quando il western era ancora il genere di default del fumetto italiano, almeno quello bonellide, e finirono per inventare la graphic novel nostrana degli anni Ottanta. Ma andiamo per ordine.

Sebbene il primo numero uscito per la Cepim (cioè Bonelli) rechi la data del giugno 1977, dalla tavola a p. 86 si evince che Ivo Milazzo ha cominciato a lavorarci nel 1974. Una bella rincorsa precauzionale dovuta alla sua proverbiale lentezza, superata forse solo da quella di Villa o Castellini. I primi otto numeri fotografano la crescita del duo: lo stile di Milazzo si evolve a vista d’occhio maturando in corrispondenza di Sotto il cielo del Messico (n. 7), Giancarlo Berardi raffina e varia le trame creando una prima saga nella saga tra i nn. 4 e 8, dominati dalla figura di Donald “il fortunato” Welsh. L’omicidio a Washington che dà il nome al quarto episodio è perpetrato da lui, killer al soldo dei sudisti estraneo a qualsiasi prurito etico e con un genio empirico che ai lettori Marvel non può non ricordare quello di Bullseye. Lo stile di Ken Parker s’impone mediante colpi di scena (Ken impallinato alla fine del n. 4), traiettorie zigzaganti (Chemako, il n. 5, digressione tra le nevi di un Ken smemorato che vive con gli indiani Hunkpapa, si sposa, affida i due figliastri a una donna bianca in seguito alla morte della moglie) e una caccia ossessiva tra il Messico e San Francisco che fa dei numeri 7 e 8 un gioiello di avventura fumettistica. Unica parentesi il sesto albo, Sangue sulle stelle, illustrato da Giancarlo Alessandrini. A quaranta e passa anni di distanza non è più uno spoiler descrivere come muore Welsh. Dopo aver messo in ginocchio un’intera guarnigione con del gas esilarante preso da un dentista, l’assassino fugge dalla zecca con un pallone aerostatico, butta giù i due complici a mo’ di zavorra ma finisce nel mirino del “lungo fucile” ad avancarica di Ken, che mette a segno il suo unico colpo forando la mongolfiera. Le traiettorie dei due si uniscono nell’acqua marina, dove Ken accoglie il nemico giurato e l’accoltella durante una breve colluttazione subacquea. Fine secca.

Lo stile di Berardi & Milazzo fracassò tutte le regole di buona creanza del fumetto italiano. Milazzo con la sua eleganza sempre più essenziale, quasi un’unica linea di Cavandoli che s’imbizzarrisce disegnando il necessario. Berardi con la sua laconicità, i suoi tagli, ma anche la propensione al lirismo e una passione inarrestabile per il giallo classico, destinata a trovare ampio sfogo in Julia. Il “tutto tondo” bonelliano, quello monolitico di Tex, favolistico di Zagor o più lazzarone alla Mister No mancava del tutto. Ma al duo mancava soprattutto il tempo, e l’esperienza sfiancante della prima serie targata Cepim, di 59 numeri in teoria mensili, mise in chiaro che Ken Parker non era una bestia da griglia predefinita.

Con la saga, o meglio la ballata di Pat O’Shane (numeri 12-15) Berardi ideò una seconda, ideale graphic novel (meno trascinante della prima), dopodiché trovò in Maurizio Mantero un valido collaboratore alle sceneggiature. Il numero 25, Lily e il cacciatore, è un nuovo gioiello sommerso dalle nevi del Montana. La vera protagonista è una cagnolina arruffata intelligentissima che salva la vita a un Ken colpito da una freccia e da una lancia, praticamente morto, che nel delirio s’immagina di essere alla corte di Re Artù. Le pagine di pura fantasia danno a Milazzo l’occasione di sperimentare con le tinte fosche e nebulose (che agli occhi di oggi ricordano il primo Stano), creando un’atmosfera fuori dal tempo che negli anni a venire sarebbe stata ricreata dal tocco gentile di Giorgio Trevisan. L’albo 26, Pellerossa, è significativo per i disegni. Esordio in Bonelli per Carlo Ambrosini con soccorsi di Ivo Milazzo da p. 73. Stili diversissimi semplicemente deposti uno accanto all’altro – per problemi di tempo – quindi non una collaborazione sulle stesse tavole, ma una netta divisione del lavoro. Con l’arrivo del Ken Parker Magazine della Parker Editore negli anni Novanta questa idea bizzarra sarà normalizzata, con avventure disegnate anche a otto mani ma senza scarti qualitativi visibili.

Il nuovo capolavoro arriva col numero 30, Casa dolce casa (Berardi & Milazzo), in cui Ken torna dai genitori e s’immischia in brutti affari insieme a un amico d’infanzia. Storia all’apparenza classica, ma dolente e spietata nello spirito della serie. Si capisce inoltre che da “Lungo fucile”, il primo episodio che vide la morte del fratello di Ken, sono passati otto anni. Un senso di spessore e continuity allora in aperta rottura con l’eterno presente dei costrutti Bonelli. Col 35, Il sentiero dei giganti, arriva un giovane sceneggiatore di nome Tiziano Sclavi che si stava facendo le ossa su Zagor. Il soggetto è di Berardi, ma si coglie subito un registro diverso nella narrazione per tavole. Sclavi dà indicazione a Cianti di far incontrare Arnold Schwarzenegger con Jean Gabin in questa storia di vaudeville che imbocca un lungo tragitto nevoso. Sclavi gioca con l’assenza di balloon come se togliesse il suono a una pellicola (mentre per Berardi il silenzio è inevitabilmente lirico), ama le ripetizioni e tratteggia un forzuto dal cuore d’oro che sembra scemo ma legge Hawthorne. A p. 63 interviene Milazzo al posto di Cianti, ennesimo avvicendamento-cesura con disegni scarnificati ed espressionisti che peraltro sconvolgono la resa del culturista Franz Magnus. Incredibile ma vero, funziona tutto comunque.

Funziona molto meno il 41, Alcune signore di piccola virtù, sempre sceneggiato da Sclavi su traccia di Berardi ma mal disegnato da Tarquinio. E funziona poco, malgrado l’ottima reputazione, anche il 36, Diritto e rovescio, altra storia “di teatro” che inizia notoriamente con la parola “fine!” e introduce un tema allora scandaloso, cioè il travestitismo (di fatto collimante con l’omosessualità). Questo albo si va ad aggiungere a una serie di involontari scivoloni berardiani, che sopratttutto nei primi episodi si fanno beffe delle persone effeminate e persino dei neri, ridotti a macchietta o trattati con sufficienza dal protagonista. Una stortura che s’aggiusterà con gli anni.

Lo dimostra l’albo forse più bello della serie classica, Adah (n. 46), con un Milazzo scatenato a colpi di acquerelli e un Berardi che adotta il punto di vista di una schiava nera sulla strada dell’emancipazione, strada lunga e sanguinosa che la porterà ad ammazzare un “Klansman”. Ken appare solo da p. 75 imbattendosi nella donna in fuga, che non sa di essere innocente grazie all’amnistia del presidente Johnson. Uscito nel febbraio del 1982, Adah non è invecchiato di un briciolo. E parlando di storie impeccabili, lo stesso vale per Boston (n. 54), l’albo che vede il ricongiungimento di Ken con la famiglia creatasi alla fine di Chemako. Qui Berardi è come se scrivesse due fumetti al posto di uno, interpolando una “detective story” sul treno Transconinental in cui Ken viaggia clandestinamente. Le trenta tavole centrali sono al contempo un omaggio e una parodia dei gialli classici (Holmes, Poirot, Ellery Queen…) che l’autore dimostra di conoscere a menadito. A questo s’aggiunge una sottotrama scimmiesca che cita King Kong in maniera geniale e inaspettata.

Sciopero (n. 58) è l’ultima vera zampata di Berardi & Milazzo. “Piallato”, come direbbe lo sceneggiatore, fin nei minimi dettagli tanto da uscire con mesi di ritardo (annunciando la chiusura della collana), l’episodio vede un radicale change of scenery, dalla natura alla città industriale, e contiene la scena più ribadita via analessi nei decenni seguenti, in quanto cambia il destino di Ken. Durante una manifestazione operaia che vede l’intervento sanguinario della polizia in stile Peterloo, Ken reagisce lanciando un coltello che finisce dritto nel pomo d’Adamo di uno sbirro. Da quel momento, Kenneth B. Parker diventa un fuggitivo. E da quel momento, Berardi & Milazzo decidono di abbandonare la serialità bonellide optando per episodi più brevi, su rivista, in grande formato, persino colorati come la tetralogia (con comica finale) de Il respiro e il sogno.

Il ritorno in Bonelli coincide con la seconda metà della serie Ken Parker Magazine (36 albi in tutto) e si accompagna a quattro speciali, dei quali il primo, I condannati (1996), è l’unico ad azzardare il proseguimento della saga. Scritte da Berardi e Mantero e magnificamente disegnate da Pasquale Frisenda e Laura Zuccheri, queste 180 pagine vedono Ken carcerato nell’inferno delle Everglades, con scene “grafiche” di rara potenza. Nel finale, il detenuto Parker trasporta il feretro di un compagno, un giovane omosessuale ex amante del direttore della prigione, morto suicida. Passeranno quasi vent’anni prima che Berardi & Milazzo decidano di spingersi oltre, in termini cronologici, nella vita di Ken. Lo hanno fatto nel 2015 con Fin dove arriva il mattino (Mondadori Comics, cinquantesimo e ultimo numero della ristampa complessiva), ben recensito qui da Michele Ginevra.

Rarissimo caso di fumetto d’autore con un andamento carsico all’interno del mainstream editoriale, le redini sempre saldamente in mano alla sua coppia di creatori, Ken Parker è stato anche un laboratorio di talenti e uno schiaffo alle logiche più ingessate della Bonelli – pur dando il meglio di sé in forma bonellide. Quando ho conosciuto Ivo Milazzo nel 2017, a Più libri più liberi, mi sono commosso. Lo spirito di Sciopero è il suo, altro che Redford faccia d’angelo, altro che escapismo nelle terre selvagge. La cosa sconvolgente, in Ken, è che è tutto vero, e tutto attuale.

KP 35, Il sentiero dei giganti, p. 84, disegni di Ivo Milazzo.